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Smart Working in sicurezza: alcuni suggerimenti

Smart working e sicurezza sono tra gli argomenti più attuali dell’ultimo anno e mezzo. Dopo più di un anno di questa situazione senza precedenti, possiamo dire infatti che il lavoro da remoto fa parte in modo stabile delle nostre vite. Proprio per questo motivo la sicurezza non può andare in secondo piano.

Da un utilizzo assolutamente marginale nel 2019, che aveva visto in Itala solo 570.000 persone che svolgevano il loro lavoro a distanza, siamo passati a 6,58 milioni di lavoratori nel 2020. Un aumento enorme che ha visto in prima linea le grandi aziende, con un’adozione del 97%, seguiti dalla PA (94%) e un po’ più distanti le PMI (58%) (fonte: Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano)

Ma se pensavamo che la decentralizzazione dei device e dei punti di accesso potesse rappresentare un aspetto a favore della sicurezza e dei dati aziendali, è vero il contrario: ora come non mai è necessario pensare alla cyber security.

Infatti, in contemporanea a questa rivoluzione dal punto di vista del lavoro, sono nate nuove opportunità per i cyber criminali, che hanno scoperto inedite opportunità per attaccare i sistemi aziendali ora che i punti di accesso si sono spostati dall’ufficio alle case di ognuno di noi.

Non è cambiato solo il luogo fisico da cui i dipendenti svolgono la propria attività, ma anche i device da loro utilizzati. Mentre prima il computer fisso era il più diffuso, ora il pc portatile lo ha di gran lunga superato. Lo dicono anche i dati di vendita, che indicano un record di oltre 320 milioni di unità e confermano che non tutti i settori sono in crisi. Il pc utilizzato a casa spesso però non è aziendale ma privato e quindi rappresenta una rottura al protocollo di sicurezza stabilito per il lavoro in azienda.

Per lavorare da casa quindi ci vuole un’attenzione in più rispetto ad alcuni comportamenti che, per fretta o distrazione, possono farci incappare in qualche tranello di malintenzionati del web.

Password efficaci per uno Smart Working in sicurezza

Tra i comportamenti più a rischio c’è ad esempio utilizzare password non efficaci. Quante volte durante la registrazione, il sito ci avverte che la nostra password è debole? Capita spesso ed è sempre considerata una scocciatura, ma in realtà è il primo livello di protezione che siamo chiamati ad attuare.

Eppure spesso ci troviamo a riutilizzare password già usate in passato per la stessa applicazione oppure in applicazioni diverse contemporaneamente. Un gradito regalo per i cyber criminali a cui risparmiamo una grande fatica!

Le password dovrebbero essere casuali, lunghe e contenenti diversi caratteri e numeri. Esistono diversi generatori di chiavi on line che possono servire allo scopo, oppure basta attenersi ai protocolli di sicurezza stabiliti dall’azienda.

Un piccolo sforzo che però può proteggerci da danni economici enormi.

Rispettare i protocolli anche in Smart Working

A proposito di sforzi, i protocolli aziendali di sicurezza vengono spesso aggirati. Avviene per la maggior parte delle volte quando questi sono lunghi e laboriosi e quindi, per accorciare i tempi, troviamo strade alternative più rapide.

Questo però mette a repentaglio la sicurezza in modo importante: ad esempio utilizzare la propria posta personale per far girare un documento senza utilizzare un sistema documentale e salvarlo sulla memoria locale del proprio pc, mette a repentaglio informazioni potenzialmente sensibili.

Altra prassi che appartiene alla quotidianità di tutti noi è salvare le password nella memoria del browser, così da non dover ricorrere alla propria memoria. È vero che ormai la quantità di password che dobbiamo utilizzare è immensa, ma la memoria dei browser è il primo luogo dove un cyber criminale va a guardare.

Smart Working in sicurezza: device, rete, accessi

Nell’era della DAD, ciò che accade nelle case degli italiani è una proliferazione di computer e connessioni al Wi-Fi che si stabiliscono in contemporanea. Questo quando si hanno a disposizione più computer. Altrimenti si condivide lo stesso pc per attività lavorative, ludiche, di istruzione e chi più ne ha, più ne metta.

È evidente che le occasioni per il cyber crime si moltiplicano, perché sullo stesso device ci sono più persone che possono distrarsi. C’è chi clicca sul link sbagliato o  chi apre una e-mail truffaldina che non è passata dal controllo dell’antispam aziendale.

Anche la condivisione della rete Wi-Fi può rappresentare un rischio, nel momento in cui più pc comunicano tra loro creando una rete. La soluzione a questo problema però richiede competenze più avanzate.

C’è un altro aspetto della condivisione che può rappresentare un problema e cioè la condivisione degli accessi ai sistemi aziendali con partner e fornitori. Se da un lato questa è una pratica che porta efficienza e ha consentito e consentirà di collaborare a distanza, dall’altra è fondamentale che vengano condivisi e rispettati anche i protocolli di sicurezza.

Saper riconoscere un attacco informatico

A volte l’attacco di un criminale informatico è riconoscibile da certi segnali: finestre che si aprono da sole, tastiera che sembra prendere vita… Ma anche arrivo nella casella di posta aziendale di email con strani link o inviate apparentemente da colleghi con allegati sospetti.

Sono tutti eventi che se si è in ufficio insieme è più facile notare, anche solo facendo due chiacchiere col compagno di ufficio. Nell’isolamento del proprio spazio di smart working invece può passare inosservato.

Una buona formazione rispetto a ciò che può essere riconosciuto come attacco informatico può preservare da gravi danni futuri.

L’importanza degli aggiornamenti

Abbiamo già scritto qui quanto sia importante aggiornare tutte le applicazioni che siamo soliti utilizzare per una questione di funzionalità, certo, ma anche di sicurezza. Ogni aggiornamento infatti contiene quasi sempre novità rispetto alla protezione dai virus, apportate in seguito all’analisi degli ultimi attacchi informatici perpetrati nel mondo.

Quando si è in Smart Working, la responsabilità dell’aggiornamento viene affidata al singolo, che spesso tralascia o posticipa. A volte la causa è la mancanza di tempo, altre la paura di eventuali malfunzionamenti che possono sopraggiungere.

Affidarsi agli esperti

Ancora una volta quindi risulta evidente quanto sia importante un protocollo di sicurezza aziendale ben definito, che venga condiviso e illustrato a tutti i lavoratori con chiarezza. L’ideale sarebbe accompagnarlo da una buona formazione che li metta in grado di attuare un primo livello di auto protezione.

Non sempre le aziende sono in grado di mettere in atto tali procedure e per questo è importante affidarsi agli esperti. Axioma offre questo tipo di servizio ai suoi clienti: contattaci per saperne di più.

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5 motivi per innovare in chiave Industry 4.0

Ne abbiamo parlato anche nel precedente articolo, di quanto la digitalizzazione ormai sia entrata a far parte di ogni aspetto della nostra vita.

Digitalizzare i processi, infatti, rappresenta una grande opportunità per le aziende manifatturiere che intendono sviluppare un percorso di crescita. In particolare, per quelle che utilizzano sistemi gestionali obsoleti, convivono con fogli Excel e dove i percorsi di innovazione non sempre sono in linea alle esigenze di sviluppo del business.

L’emergenza Coronavirus ha rallentato o addirittura interrotto le attività produttive di numerose aziende, ma adesso è arrivato il momento di innovare in chiave Industry 4.0.

E noi, in questo articolo vi aiutiamo a capire perché. Vediamo insieme 5 validi motivi per intraprendere un progetto innovativo grazie all’introduzione di software per la gestione della produzione.

Diventare Industry 4.0 per garantire la business continuity

In un contesto come quello di oggi, le aziende devono garantire la sostenibilità dell’attività operativa. Per far ciò è fondamentale disporre di una catena di fornitura agile, in grado di reagire rapidamente agli eventi esterni e che viene monitorata e guidata da strumenti avanzati.

Parliamo di software Industry 4.0 che utilizzano analisi e simulazioni di scenari alternativi, validi alleati per prendere decisioni sia sul breve che sul lungo periodo, e volti all’ottimizzazione dell’efficienza produttiva.

Ecco perché dovresti introdurne uno nella tua azienda di produzione.

1. Consente di aver maggior controllo sui costi

Partiamo da un obiettivo tanto caro ai vertici aziendali: il controllo dei costi.

Un’operazione sempre molto difficile da ottenere, poiché i dati di produzione che vengono raccolti e analizzati molto spesso sono poco precisi e non aggiornati.

Un software di raccolta dati integrato al gestionale ottimizza l’uso delle macchine, della forza lavoro e delle materie prime fornendo dati oggettivi e corretti sul ciclo produttivo. Così facendo, la direzione potrà conoscere in tempo reale la marginalità di ogni commessa e avere tutto sotto controllo.

2. Elimina i cosiddetti “colli di bottiglia”

Questo termine si sente spesso nominare quando si parla di produzione.

Infatti, i colli di bottiglia si verificano perché non c’è capacità sufficiente a gestire il flusso di attività o informazioni. In poche parole, il carico di lavoro in arrivo giunge alla macchina con una velocità maggiore di quanto questa possa gestirlo, limitando così la velocità complessiva dell’intero processo. E questo accade quando non vi è un monitoraggio in tempo reale del ciclo produttivo.

Il collegamento dei macchinari ad un software di raccolta dati e schedulazione degli ordini determina in maniera precisa, semplice e veloce la sequenza ottimale degli ordini di lavoro con le risorse a disposizione e monitora in tempo reale l’avanzamento del ciclo produttivo, eliminando questo problema.

3. Individua e corregge prontamente gli imprevisti di produzione

In uno stabilimento produttivo gli imprevisti fanno parte della routine quotidiana. A fronte di disguidi come fermi macchina o manutenzioni straordinarie, rischedulare la produzione manualmente può diventare un vero incubo.

Infatti, sarà necessario conoscere se ci sono ordini che hanno priorità, le disponibilità delle risorse, la quantità di merci in magazzino, lo stato dei macchinari…e il recupero di queste informazioni costerà tempo. E molto stress. Per non parlare dei possibili malumori dei clienti che, a causa di queste criticità, riceveranno la merce in ritardo.

I software di raccolta dati, grazie ad alert che individuano malfunzionamenti e fermi macchina in tempo reale, sono in grado di mettere in atto azioni correttive riorganizzando velocemente risorse e materiali. La rischedulazione del piano produttivo in tempi brevi garantisce la consegna al cliente per la data prefissata.

4. Fornisce dati corretti e aggiornati per l’analisi della situazione produttiva

Provate a pensare quanto può essere impegnativo da parte della direzione estrapolare dati da complicati, e quasi sempre poco chiari, fogli Excel.

Dopo aver impiegato tempo e risorse per ottimizzare il più possibile ogni processo legato alla produzione, è fondamentale analizzare i dati in modo corretto e aggiornato. Così facendo, sarà possibile migliorare ulteriormente le performance sulla base di informazioni e dati certi.

Questi software di gestione della produzione, grazie a moduli specifici di Advanced Analytics, eseguono un’analisi in tempo reale con indicatori di performance e qualità. Un valore aggiunto inestimabile oggi, dove l’interpretazione dei dati è diventata la chiave del successo.

5. Rende il tuo stabilimento produttivo libero dalla carta

Ultimo, ma non meno importante, un sistema integrato e digitale rende l’azienda libera dai fascicoli di carta e appunti.

Ed è proprio la dematerializzazione dei processi l’ultimo tassello che abilita l’Industry 4.0.

Introdurre soluzioni software per la gestione della produzione significa avere sempre a portata di mano informazioni e dati sull’andamento produttivo, consultabili in formato digitale, quindi sempre aggiornati e corretti.

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Pronto a iniziare un progetto Industry 4.0?

Vi abbiamo fornito 5 motivi per iniziare un progetto che sicuramente rivoluzionerà il vostro modo di lavorare in fabbrica. Non lo renderà solo più efficiente, ma anche molto più soddisfacente.

I nostri progetti si caratterizzano da analisi approfondite con il cliente e con tutte le risorse coinvolte nel cambiamento per individuare obiettivi concreti e realizzabili, da soluzioni software adeguate alla realtà aziendale e integrate alle applicazioni già presenti in azienda e da un supporto continuo al cliente.

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Digitalizzazione: tra smart working e contatto umano

È passato un mese e mezzo dall’inizio del 2021, ma è troppo presto per dire cosa ci riserverà questo nuovo anno, che segue uno dei più imprevedibili della storia dell’umanità.

Possiamo però fare qualche bilancio sul 2020 e, concentrandoci sull’effetto che la pandemia ha avuto sul lato tecnologico delle nostre vite, diciamo senz’altro che c’è stata un enorme spinta alla digitalizzazione.

Questa riflessione è ampia. Si estende infatti sia delle imprese, che delle singole persone, che hanno cambiato il loro stile di vita nei consumi, come nel lavoro. D’altra parte questa pandemia, e la ri-scoperta dello smart working, hanno reso il confine tra vita privata e lavorativa estremamente labile.

Digitalizzazione durante la pandemia: i numeri

Ma vediamo i numeri. Secondo lo studio di Deloitte Umanesimo digitale, stella polare della ripresa il 30% dei consumatori europei ha provato per la prima volta shopping online e e-banking durante la prima ondata Covid. Quasi la stessa percentuale (35%) di intervistati pensa che sfrutterà i canali di vendita digitali anche dopo la fine dell’emergenza sanitaria.

Questo però non significa che la digitalizzazione risolva ogni necessità. Infatti il 41% degli intervistati dichiara di preferire un mix tra canale virtuale e fisico per lo shopping. Il 38% ritiene comunque che l’aspetto umano non sia sufficientemente considerato.

Guardiamo all’aspetto prettamente lavorativo. Possiamo invece dire che le aziende che avevano già iniziato un processo di digitalizzazione hanno potuto affrontare l’emergenza senza interruzioni lavorative.

Il 38% dei rispondenti dichiara infatti di essere riuscito a svolgere le proprie attività regolarmente durante il lockdown solo grazie all’innovazione tecnologica.

Noi stessi di Axioma da un giorno all’altro abbiamo potuto cominciare a lavorare da casa senza difficoltà e nella massima sicurezza. ERP, CRM, gestione documentale… Era già tutto accessibile via web prima della chiusura, quindi non c’è stata alcuna difficoltà nel cambiamento di location, da ufficio a casa.

I sistemi di protezione attivati hanno reso ogni collegamento sicuro. Addirittura è stato possibile accedere ai desktop dei pc in ufficio (dove capita di salvare qualche file) con facilità e in totale sicurezza.

Senza digitalizzazione: tra stop lavorativi e vulnerabilità dei dati

Chi ancora non aveva cominciato la digital transformation dei suoi processi si è invece trovato più in difficoltà e ha dovuto passare attraverso un tempo di transizione per organizzarsi.

La dipendenza dalla carta o comunque da sistemi ancora non accessibili dal web, ha creato inevitabili rallentamenti al business. Anzi, si può parlare di un pericolo vero e proprio per le persone che si trovavano costrette ad andare in ufficio durante il periodo più nero della pandemia.

Tante imprese inoltre non avevano un piano specifico di protezione dalle minacce informatiche, né avevano mai messo in atto una corretta formazione dei propri dipendenti. Spesso infatti capita che questi non sappiano come comportarsi davanti a mail sospette o SMS ingannevoli. Per queste imprese la sicurezza di dati e sistemi è stata pericolosamente messa a rischio.

Il futuro tra smart working e contatto umano

L’altro lato della medaglia che emerge dalla ricerca è che il contatto umano è ancora insostituibile, per fortuna. Chi durante il lockdown ha lavorato soltanto in smart working ha espresso in percentuale maggiore l’esigenza di contatto umano (55%) rispetto a chi ha lavorato in presenza o in modalità ibrida (50%).

Lo smart working quindi ha portato vantaggi e svantaggi e come ogni cosa andrebbe valutata nel suo complesso. Ancora non sappiamo come sarà il 2021, ma possiamo prevedere facilmente che il virus farà ancora parte delle nostre vite. Allo stesso modo lo smart working farà ancora parte della vita aziendale, e forse potremo godere dei suoi lati positivi sfruttandolo in una modalità parziale, con giorni di presenza e giorni di lavoro da casa.

Quello che è certo è che la spinta alla digitalizzazione ormai è iniziata e ha pervaso ogni aspetto della nostra vita, lavorativa e non. I suoi vantaggi sono stati evidenti a tutti e ora l’unica cosa che rimane è scegliere il miglior fornitore di soluzioni software informatiche, che possa offrire consulenza sui processi di business con un’architettura tecnologica modellata sulle esigenze dell’impresa.

 

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Da Smart Working a Smart Selling: il ruolo del venditore 2.0

Il 2021 è appena cominciato e anche se sarà difficile lasciarsi alle spalle le conseguenze della pandemia, per le imprese è arrivato il momento di sperimentare nuove metodologie e strumenti per ripartire.

Del resto, un aspetto positivo dell’anno appena passato c’è: l’aumento considerevole della digitalizzazione. E questo può essere d’aiuto.

Durante la pandemia abbiamo imparato ad apprezzare i vantaggi dello Smart Working che ci ha permesso di continuare a svolgere le nostre attività seppur con tempi e modalità differenti. Abbiamo rafforzato la messa in sicurezza degli asset e dei dati aziendali. Inoltre, abbiamo usufruito dei servizi di Cloud Computing per abilitare la gestione dei documenti, per l’e-commerce, l’analisi dei dati…insomma, abbiamo contribuito ad una diffusione esponenziale del digitale.

Tuttavia, c’è un’area che fa ancora un po’ fatica a cambiare approccio.

Le vendite. Per quale motivo? Che trasformazioni dobbiamo attuare? Con quali strumenti?

Vediamolo insieme.

I bisogni dei clienti si trasformano velocemente

Partiamo dalla cosa più importante. I bisogni dei nostri clienti.

La pandemia ha accentuato un fenomeno già molto diffuso. Gli acquisti online fai-da-te. Siamo di fronte a consumatori sempre più autonomi e con tutte le informazioni a loro disposizione per prendere una decisione e procedere all’acquisto. Inoltre, una volta acquistato il prodotto o servizio, in caso di problemi si può ricorrere all’assistenza virtuale o alla sezione dedicata alle FAQ, ormai presenti su quasi tutti i siti web.

Per di più, i bisogni dei clienti cambiano in maniera molto veloce. Ora stanno emergendo nuove esigenze, che tra qualche mese probabilmente saranno già cambiate. Ecco perché è necessario che i reparti sales stiano al passo e tengano conto di ciò che sta accadendo.

Per avere successo, bisogna puntare sulla personalizzazione della vendita per ogni singolo potenziale cliente e lungo tutto il processo. Dal contenuto, ai canali di comunicazione, dal tone of voice, alle informazioni fornite. Utilizzare strumenti che aiutano a offrire al cliente i contenuti giusti al momento giusto.

Il ruolo del venditore 2.0

Secondo queste premesse, si potrebbe pensare che il ruolo del venditore diventi sempre più marginale.

Invece è proprio il contrario. La sua funzione diventa sempre più cruciale nella relazione con il cliente e nella sua fidelizzazione.

Pertanto, bisogna aiutare i reparti sales a comprendere quali strumenti utilizzare e in che modo interagire con i clienti per creare relazioni significative. Ad esempio, la comunicazione prettamente telefonica ormai non basta più.

I canali da prediligere sono i social, l’instant messaging, le chat del sito web, il blog e tutte le applicazioni che consentono un commento, una recensione o una richiesta da parte del consumatore. Tutti questi canali offrono notizie e dati sui clienti, fondamentali per ottenere una migliore segmentazione, un migliore targeting e, di conseguenza, ad una migliore comunicazione.

E qual è lo strumento migliore per valorizzarli?

Una soluzione CRM accessibile via web, che consente a tutta l’area commerciale la registrazione e la consultazione immediata di tutte le informazioni reperite su clienti e prospect. Per il venditore tipo di oggi, avere tutta la storia commerciale del cliente a portata di mano, anche se mi trovo seduto in salotto piuttosto che in ufficio (dove magari mi basterebbe chiedere al collega), è un valore aggiunto imprescindibile se si vuole essere dei venditori efficienti anche da casa.

Gli strumenti per ottenere una smart selling

Ecco che arriviamo al concetto di Smart selling. Cosa significa? Essere venditori ai tempi del Coronavirus. O meglio, diventare più agili e adattarsi ai continui cambiamenti dei bisogni dei clienti con l’uso della tecnologia digitale.

Prima della pandemia e del distanziamento sociale, i venditori erano sempre fuori ufficio ad incontrare i clienti. La presenza fisica del venditore rendeva più facile coinvolgere il cliente e garantire un’esperienza d’acquisto personalizzata.

Ora, invece, che gli incontri sono virtuali è più difficile comunicare affidabilità e fornire risposte immediate e che non vadano contro le regole produttive e commerciali dell’azienda. Soprattutto nella fase di definizione dell’offerta.

Questa operazione risulta già molto complicata quando si è in ufficio: consulta il catalogo, verifica i listini, chiedi la fattibilità al reparto tecnico e l’approvazione alla direzione e forse poi -dopo quanti giorni?- fornisci una risposta al cliente con tanto di offerta.

Figuriamoci effettuare queste operazioni in un contesto casalingo e senza uno strumento adeguato.

Un software CPQ, ad esempio, aiuta il venditore a diventare smart. Lo supporta nella definizione di un’offerta grazie alla sua capacità di semplificare un’attività che altrimenti risulterebbe troppo complessa.

Verso un’era “digital first”

Insomma, stiamo andando verso un’era “digital first”. Per affrontarla al meglio è necessario che le imprese siano pronte e siano in grado di fornire ai loro venditori tutti gli strumenti di cui hanno bisogno per portare avanti questo approccio.

Axioma offre un software di configurazione dell’offerta fruibile online e disponibile in cloud, in grado di semplificare e automatizzare il ciclo di vendita, ma anche di garantire una relazione più personalizzata e di conoscere e comprendere i propri clienti.

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Servizi Cloud Computing: dall’emergenza all’opportunità

Ti stai chiedendo se i servizi di Cloud Computing facciano per te o siano adatti solo all’emergenza? Questo è l’articolo che fa per te.

Siamo ormai alla fine di questo 2020, un periodo senza precedenti che ha segnato in modo indelebile le nostre vite, personali e professionali. L’avvento dello Smart Working, da alcuni agognato, da altri odiato, ha dato modo di sviluppare nuove vie di svolgere la propria attività, sia nei tempi, sia nelle modalità, oltre che nelle interazioni con i colleghi. Inoltre la crisi che si è innescata inevitabilmente dopo questo stop a tanti settori si evolverà secondo vie ancora difficili da prevedere.

Ma c’è un elemento che non solo non ha subito cali, ma anzi ha avuto una diffusione esponenziale tra le imprese: i servizi di Cloud Computing.

I numeri dei servizi di Cloud Computing nel 2020

Il cloud infatti si è rivelato il migliore “abilitatore” per affrontare la crisi poiché ha reso concretamente possibile uno Smart Working pienamente funzionante ed efficiente. In particolare le logiche di SaaS (Software-as-a-Service), hanno consentito a migliaia di persone di lavorare da casa propria con tutti gli strumenti che erano solite utilizzare in ufficio.

I numeri parlano chiaro. Secondo l’Osservatorio del Politecnico l’adozione nelle PMI è passata dal 30 al 42% a seguito dell’emergenza Covid-19. Una crescita enorme in un settore come quelle delle Piccole e Medie Imprese tradizionalmente scettico rispetto alla Digital Transformation. E di sicuro, come abbiamo già anticipato, il SaaS è il protagonista, con una crescita di ben il 46% rispetto al 2019. In particolare le applicazioni che più hanno interessato la rivoluzione cloud sono quelle dedicata alla gestione dei documenti e della collaboration, all’e-commerce, ma anche all’analisi dei dati.

Anche la parte IaaS (Infrastructure-as-a-Service) è cresciuta del 19%, ricordando quindi quanto sia fondamentale anche la gestione e la manutenzione di un impianto tecnologico che possa sostenere una Digital Transformation completa ed efficace.

servizi cloud computing Politecnico Milano 2020

Questi dati di crescita però sono inevitabilmente legati all’emergenza che tutte le aziende hanno vissuto e stanno vivendo. Ma è possibile trasformare questa crescita dettata da una crisi a una vera e propria opportunità?

Così dovrebbe essere, per cercare di non sprecare un’occasione di crescita. Ma quali sono i vantaggi quindi dell’adozione del cloud in un’impresa?

Servizi di Cloud Computing: dall’emergenza all’opportunità

Partiamo dal più ovvio, e cioè che il cloud abilita lo Smart Working. E’ vero che questa emergenza sanitaria prima o poi finirà, ma lo Smart Working va molto al di là del semplice “lavoro da casa”, si tratta infatti di una metodologia di lavoro flessibile che prevede di eseguire i propri compiti in qualsiasi momento e da qualsiasi luogo, senza rinunciare all’interazione tra colleghi. Ormai numerosi studi dimostrano che la produttività non solo non ne risente, ma addirittura aumenta, e se non bastassero gli studi, basta ormai basarsi sull’esperienza personale di ognuno di noi.

L’altro vantaggio che di solito attira di più l’attenzione degli imprenditori è l’enorme risparmio di costi che il il cloud promette. Noi ve lo confermiamo: si calcola una riduzione del 75% dei costi di utilizzo della tecnologia. Questo è possibile grazie al fatto che l’utilizzo delle tecnologie attraverso il cloud diventa “al consumo e all’esigenza” e se si sceglie il giusto fornitore si puoi godere di vantaggi quali scalabilità e modularità.

Questi per ora sono aspetti ancora legati a una situazione di crisi o comunque di difficoltà. Ma se vi dicessimo che è possibile anche crescere grazie al cloud? Spesso capita infatti che progetti di innovazione aziendale neanche partano proprio perché il budget non consente l’acquisto di un software o perché la tecnologia necessaria è troppo impegnativa, sia dal punto di vista economico che di gestione. Affidarsi al cloud consente invece di accedere a tecnologie allo stato dell’arte, manutenute da veri esperti specializzati in quello. I software possono essere adottati in logica pay-per-use al consumo, senza quindi l’onere dei costi iniziali di attivazione.

Sicurezza e norme di leggi con i servizi di Cloud Computing

Per non parlare di sicurezza. Quando non si ha un’esperienza diretta, è difficile percepire un rischio. Ma basta guardarsi intorno e fare i conti per calcolare un eventuale danno derivato da un’interruzione dei sistemi e di conseguenza del lavoro.

E se qualche malintenzionato dovesse mettere a segno un attacco informatico per rubare i dati e chiedere il riscatto? Sembra la trama di un film, ma ormai è all’ordine del giorno che molte aziende si trovino in questa situazione. E purtroppo pensare “la mia realtà è troppo piccola, a me non può succedere”, non ha superato lo scoglio della realtà, perché il cybercrime è in aumento e non si limita alle aziende di grandi dimensioni.

La verità è che sia che il danno sia doloso, sia un incidente, sia che si tratti di guasti fisici, sia di attacchi informatici, un blocco dei sistemi si calcola in migliaia di euro.

La possibilità di mantenere dati e sistemi in ambiente protetti, costruiti per essere al sicuro da incidenti e attacchi, e manutenuti da persone che fanno solo quello di mestiere è una di quei vantaggi del cloud a cui non si pensa immediatamente, ma che si apprezza al momento giusto.

Ci si può trovare a spendere migliaia di euro non preventivate anche quando i fuorilegge siamo noi. Come? Pagando multe salate perché non abbiamo rispettato una qualche normativa. Un esempio su tutti è la famigerata GDPR, che richiede non solo dei comportamenti idonei, ma anche una tecnologia a supporto che non è così scontato possedere in azienda.

Insomma i motivi per scegliere i servizi di Cloud Computing al di là dell’emergenza Covid-19 sono moltissimi e vantaggiosi. Noi di Axioma possiamo fornirti consulenza in questo passo di crescita grazie anche al nostro partner Amazon AWS, protagonista assoluto nel campo. Se sei curioso, puoi approfondire qui. 

 

 

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Digital Transformation: perché attuarla ora

“Nel 2020, secondo il nuovo Digital Transformation Index di Dell Technologies, l’accelerazione digitale ha registrato un importante balzo in avanti, con l’85% delle aziende italiane che ha all’attivo un processo di Digital Transformation.

È evidente, la pandemia da Covid-19 ha spinto le imprese italiane ad accelerare.

Lo scenario globale dell’ultimo anno ha rafforzato la consapevolezza che per affrontare le nuove sfide del mercato la strada da intraprendere è soltanto una: ridisegnare i processi di business in chiave digital.

Pertanto, se da una parte la pandemia sta avendo pesanti effetti sull’economia, dal punto di vista tecnologico invece, sta agendo da acceleratore della digitalizzazione. Ci si è resi conto che l’innovazione tecnologica non è più necessaria solo per competere, ma addirittura per sopravvivere.

Quali sono le priorità di un progetto di Digital Transformation? Quali sono le sfide più grandi?

E ancora, quali sono le tecnologie abilitanti?

In questo articolo abbiamo analizzato i dati più significativi di questa ricerca che ci aiuteranno a rispondere a queste domande.

Le priorità dei progetti di Digital Transformation

Dando uno sguardo all’Italia, le maggiori iniziative sono state prese per abilitare il lavoro da remoto (46%) e per mettere in sicurezza gli asset e i dati aziendali (46%) seguite dai progetti sull’edge della rete (36%).

I risultati incoraggianti partono proprio da un aumento vertiginoso dello smart working, con in parallelo un rafforzamento della messa in sicurezza di dati.

Secondo il 72% dei business leader italiani, oggi, più del 30% della forza lavoro di ogni azienda sta operando a distanza, un dato in linea con la media dei Paesi europei (71%).

Peccato però, che qualcosa di così efficace e utilizzato già da diversi anni in tutta Europa, in Italia sia stato scoperto e apprezzato solo per via di uno stato di emergenza.

In questi mesi abbiamo aiutato molti dei nostri clienti a intraprendere progetti di smart working, con effetti notevoli su tutta l’azienda (e sui lavoratori). Inoltre, ne abbiamo parlato a lungo in diversi articoli del nostro blog, passando a setaccio tutti i benefici di questa modalità di lavoro per tutte le aree aziendali.

 

Le tecnologie abilitanti

Ciononostante, attuare un percorso di digitalizzazione non è qualcosa di facile e immediato.

Innanzitutto, prima di valutare quali tecnologie abilitanti adottare, è opportuno domandarsi se la propria organizzazione è pronta ad affrontare un cambiamento di questo tipo. Per poi decidere a quale livello di profondità arrivare e quali risultati si vogliono ottenere.

Ridisegnare i modelli di business e riuscire a cogliere i vantaggi del digitale sono due elementi fondamentali. Senza di essi, si rischia di investire in qualcosa che poi non si è in grado di sfruttare in maniera efficiente.

Secondo il Digital Transformation Index il focus è su infrastrutture IT agili e scalabili capaci di rispondere tempestivamente a ogni eventuale criticità. Inoltre, gli investimenti si stanno indirizzando verso l’infrastruttura 5G (45%), che serve proprio come pilastro per la trasformazione digitale, verso le soluzioni di cybersecurity (45%) e verso l’hardware 5G-ready (10%).

Quindi, non basta investire in tecnologie tradizionali, anzi. Queste sono tecnologie emergenti e avanzate, necessarie a rendere i benefici di una digitalizzazione duraturi nel tempo.

Gli ostacoli

In realtà è ancora evidente che l’imprenditorialità italiana fa ancora fatica ad abbracciare questo mondo.

In particolar modo a causa di tre mancanze, su cui le imprese dovranno concentrare i loro sforzi nei prossimi anni:

  1. la mancanza di una strategia unica e condivisa derivante a sua volta dall’assenza di una cultura aziendale propensa al cambiamento e all’innovazione
  2. la carenza di risorse economiche
  3. la mancanza di competenze adeguate, che rallenta o ancora peggio, impedisce la piena realizzazione di progetti innovativi

Purtroppo, queste condizioni poco favorevoli portano le imprese a intraprendere progetti di trasformazione digitale con risorse e budget molto limitati o addirittura a non poterli intraprendere affatto.

Digital Transformation: perché attuarla ora?

Alla luce di queste considerazioni e di quello che stiamo affrontando a livello mondiale, diventa cruciale dare continuità ai processi di business e alla redditività delle aziende. Per farlo, non ci resta che cogliere tutte le opportunità che il digitale ci può dare.

Qual è il momento migliore per innovarsi, se non quello di oggi?

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Due elementi necessari per diventare una Smart Factory 4.0

Provate a chiedere a un dirigente di un’azienda manifatturiera quali siano le sue priorità.

La risposta conterrà sicuramente queste tre espressioni: aumento dell’efficienza, ottimizzazione dei processi e riduzione delle inefficienze.

In sintesi, aumentare l’efficienza delle macchine, limitando i costi. Richieste che non fanno dormire sonni tranquilli ai direttori di stabilimento, diretti responsabili nel raggiungimento di questi obiettivi.

Eppure, nonostante le imprese vengano bersagliate da messaggi sui benefici fiscali, l’acquisto di nuovi macchinari e software è ancora poco diffuso.

Senza dubbio questi strumenti consentono di avere una marcia in più ed essere più competitivi. Ciò non toglie però, che per intraprendere un progetto di Industria 4.0 gli elementi da prendere in considerazione sono tanti. Si tratta di un percorso che va definito nei minimi dettagli, con l’aiuto di consulenti esperti.

Pertanto, in questo articolo, abbiamo pensato di condividere con voi 2 elementi necessari per affrontare in maniera adeguata la strada per diventare una Smart Factory 4.0.

1. Analisi delle criticità

Potrebbe sembrare un passaggio ovvio e scontato, motivo per cui molto spesso viene sottovalutato.

Per capire se l’introduzione di soluzioni software per l’Industria 4.0 può davvero migliorare e rendere più efficienti il reparto produttivo, è necessario stilare un elenco di tutte le problematiche, esigenze e criticità in essere.

Si tratta di una fase molto delicata, dove anche il dettaglio più piccolo e banale può risultare importante per comprendere la situazione in cui si trova l’azienda e quali obiettivi vuole raggiungere.

Da dove cominciare? O meglio, da chi?

Dalle persone che tutti i giorni si trovano a dover risolvere errori, effettuare telefonate di emergenza, perdere tempo in scambi di email inutili. Loro conoscono bene quali sono i punti critici dell’assolvimento di tutte quelle attività che richiedono un’operazione manuale e che potrebbero essere gestite in maniera più sicura e automatica da strumenti informatici.

Facciamo un esempio: il capo reparto deve controllare le postazioni degli operatori in turno quel giorno per raccogliere i dati relativi alla giornata. Se la raccolta è manuale, però, non sempre riesce ad avere il dettaglio di tutti e un quadro generale corretto.

C’è chi a fine turno non ha chiuso la bolla di lavoro, chi non ha lasciato il proprio foglio in ordine, chi invece ha addirittura abbandonato una parte di pezzi prodotti sul tavolo…

Insomma, il capo reparto dovrà perdere un sacco di tempo per riuscire a ottenere dati e informazioni completi e magari sarà anche costretto a fermarsi di più in ufficio.

Questa operazione è senz’altro una criticità (che a sua volta ne scatena delle altre, coinvolgendo altri reparti) che deve essere inserita nel documento di analisi del progetto.

Ma, perché è così importante?

Queste mancanze se individuate a priori nella fase di analisi insieme al cliente, evitano che emergano problematiche una volta installato e configurato il prodotto. Vi immaginate di scoprire, una volta installato, che il software non è in grado di coprire determinate casistiche e situazioni? Un bel guaio. Significherebbe cambiare interlocutore e dover ricominciare tutto da capo.

È così che introduciamo il secondo elemento.

2. Integrazione e completezza funzionale del software

Una volta effettuata la fase di analisi delle criticità bisogna considerare la completezza funzionale del software. Inoltre, la facilità di integrazione con i sistemi informativi esistenti.

Tornando all’esempio di prima, quelle criticità possono essere risolte con un software di raccolta dati in tempo reale.

Così facendo, il capo reparto potrà monitorare in tempo reale l’avanzamento degli ordini di lavoro, prevenire i fermi macchina e verificare la disponibilità di materie prime in pochi passaggi attraverso un monitor a bordo macchina.

Tuttavia, questi software sono molto complessi e non sono tutti uguali. Gestire una catena di fornitura in maniera integrata e completa significa prendere in considerazione tantissime operazioni. Cosa che non tutti i software sono in grado di fare.

In linea generale possiamo dire che un software per la gestione avanzata della produzione dovrebbe avere le seguenti caratteristiche:

  • flessibilità e scalabilità (così facendo sarà più semplice adattarlo esigenze del cliente anche in un’ottica di crescita futura)
  • sviluppato con una tecnologia tale da integrarsi facilmente con altre applicazioni già presenti in azienda (fondamentale infatti è l’integrazione all’ERP, per poter avere un flusso di informazioni corrette e coerenti dall’inizio alla fine)
  • rispondere al requisito dell’interconnessione, ovvero fare in modo che oltre al gestionale, il software di raccolta dati sia integrato ai macchinari. Infatti, lo scambio di dati automatico e bidirezionale sui parametri di macchina consente di avere un riscontro immediato di tutto ciò che accade durante il ciclo produttivo.
  • semplicità di utilizzo (non dimentichiamoci che lo utilizzeranno molti utenti con ruoli aziendali diversi perciò dovrà essere altamente configurabile e facile da utilizzare)

In conclusione, quello che possiamo dire è se vuoi evolvere la tua azienda in una Smart Factory 4.0, prima è bene condurre un’analisi sulle esigenze e considerare tra i criteri di scelta un software completo, integrabile e user friendly.

Le 10 mail di phishing che ci fregano sempre

“Buongiorno,

oggi era previsto l’arrivo di un pacco a suo nome, ma la consegna non è andata a buon fine. Clicchi qui per concordare una nuova data.

DHL”

Una mail scritta bene, con la grammatica giusta e che fa leva su qualcosa a cui tutti teniamo: il pacco che abbiamo fretta di ricevere. Clicchiamo e… diamo il via a un attacco informatico che rischia di bloccare i dati dell’intera azienda.

Questo è quello che succede nelle aziende di tutto il mondo, con sempre più frequenza. I cybercriminali hanno affinato sempre di più le loro tecniche e ormai le mail che inviano non sono facilmente distinguibili da quelle autentiche. Una volta era chiaro che si trattava di una truffa, poiché il testo era a malapena in italiano, i loghi e le eventuali immagini erano chiaramente fuori posto e spesso il tutto finiva direttamente nella casella della posta indesiderata.

attacchi-cybercrimeE’ naturale quindi che col tempo le tecniche siano migliorate e sia aumentata perciò la necessità di attenzione da parte dei dipendenti. E’ infatti la mancanza di attenzione quella su cui fanno leva i criminali, poiché spesso i dipendenti per mancanza di tempo, leggerezza o ansia non si prendono la briga di controllare il mittente. Però i danni che possono conseguire da un semplice clic fatto senza pensieri si calcolano a suon di milioni di euro per le aziende che rimangono bloccate o i cui dati vengono rubati.

Le possibilità per riprendersi da questi danni esistono e hanno un costo, ma è ovvio che come sempre prevenire è meglio che curare. Cultura, formazione e in un certo senso allenamento sono gli elementi che davvero possono evitare a un’azienda dei lunghi tempi di blocco o il pagamento di riscatti per il recupero dei dati.

Per questo motivo esistono società il cui scopo è testare la capacità dei dipendenti delle aziende mandando mail ingannevoli e verificando con quali e chi, sostanzialmente, ci casca. Una di queste è Sophos, una società britannica che sul suo blog ha fatto l’elenco delle mail che più traggono in inganno i dipendenti:

  1. Il nuovo codice di condotta che arriva dall’ufficio del personale. Nessuno mette in dubbio che possa esserci un’iniziativa del genere.
  2. Siamo in ritardo con la dichiarazione dei redditi. Tema che fa tremare chiunque e nel panico si clicca per saperne di più.
  3. Bisogna fare la manutenzione dei server. Succede regolarmente e ora che ognuno lavora da casa propria non ha neanche modo di verificare coi colleghi alla macchinetta del caffè.
  4. Hai una nuova cosa da fare. Se la tua azienda usa sistemi automatici di assegnazione delle attività, puoi ricevere una mail che ha l’aspetto in tutto e per tutto di quelle che ricevi di solito.
  5. Abbiamo cambiato il sistema delle email. Ancora il reparto IT di mezzo, che ti chiede di cliccare per verificare che funzioni tutto. E chi osa disobbedire?
  6. Abbiamo aggiornato il calendario delle vacanze. Perché va bene il lavoro, ma se cambiano le ferie un po’ di fretta di conoscere la nostra sorte ce l’abbiamo.
  7. Hai lasciato i fanali della macchina accesi. Quando si lavora in centri direzionali dotati di immensi parcheggi, può capitare una situazione del genere. Se però c’è anche un allegato con la foto della macchina, forse dovremmo insospettirci.
  8. Non siamo riusciti a consegnare il tuo pacco. Ormai lo standard grafico dei corrieri è noto, imitarlo per i cybercriminali è un gioco da ragazzi.
  9. Documento criptato. E guarda caso per vederlo è necessario inserire la tua password per accedere ai sistemi aziendali.
  10. Hai un nuovo messaggio su LinkedIn. Non solo LinkedIn, ma tutti i social network.

Come abbiamo capito le minacce sono sempre più insidiose e quello che dovremmo fare è controllare l’indirizzo del mittente. Se poi la mail arriva da un collega, perché no?, chiedere direttamente a lui.

Eppure nonostante le precauzioni, spesso i cybercriminali riescono comunque a fare breccia nei sistemi aziendali.

Esistono molti sistemi per proteggersi da questo genere di pericoli e la protezione dei dati deve essere valutata nel contesto del rischio di impresa. La sicurezza informatica è infatti un tema che va trattato con una ampia visone d’insieme e il modello attuativo va dunque disegnato anch’esso come un ‘ecosistema’.

Le misure di sicurezza dovrebbero quindi fare parte del disegno iniziale di un’architettura e far parte di un programma di formazione che, come abbiamo visto in questo articolo, riduce notevolmente i rischi.

Si tratta infatti non solo di protezioni a livello “software”, ma anche a livello fisico, cioè di costruzione dell’ambiente. Le minacce infatti non arrivano solo dai criminali, ma anche da incendi, terremoti e alluvioni e avere i server al piano terra o al primo piano significa adottare accorgimenti diversi.

Bisogna poi capire quale rischio l’azienda intende correre: in poche parole, quanto ti costa rimanere fermo per un’ora? Un giorno? Una settimana? E se i tuoi dati vengono modificati o rubati? La famigerata GDPR è in vigore da un po’ e le multe per questo genere di leggerezze sono salate.

Spesso i costi di riparazione  superano quelli di prevenzione, ma non sempre. Per questo è necessario affidarsi a esperti di valutazione del rischio per assicurarsi una protezione efficace ma evitare di spendere più di quanto sia necessario.

Axioma è a disposizione.

digital transformation post vendita

Digital Transformation: il post-vendita

Riprendiamo il nostro viaggio attraverso la Digital Transformation e le possibilità di miglioramento che ne scaturiscono per le imprese che decidono di intraprendere questo percorso.

Abbiamo già stabilito che anche il nome Digital Transformation non è casuale. La chiave sta proprio nel fatto che non si deve trattare in nessun caso di una rivoluzione o comunque di un cambiamento drastico e improvviso. Al contrario, affinché sortisca i suoi frutti, è necessario che sia un processo graduale, che non crei “traumi” nel tessuto aziendale e che lasci il tempo alle persone di abituarsi per trarne il maggior profitto possibile.

Non solo vendita, ma anche post-vendita

Il processo di vendita è tra quelli che più sono oggetto di questa onda trasformativa. L’errore che spesso si fa però è di limitare il processo commerciale alla vendita vera e propria e al massimo estendendolo alla ricerca di nuove opportunità, i cosiddetti lead. Ma il processo commerciale va molto oltre e soprattutto non finisce con la vendita stessa.

Anzi, sia che l’azienda si occupi di produzione o di erogazione dei servizi, sia che si tratti di un B2B o di un B2C, la sua reputazione si gioca tutta nella fase che segue la vendita, cioè quella in cui si eroga l’assistenza ai clienti e si comunica con loro sia per risolvere problemi ma anche per manutenzione e assistenza.

La velocità e la cortesia con la quale si risponde a una richiesta del cliente diventano il punto principale con il quale si viene giudicati e da cui parte poi il passaparola tra clienti, che grazie ai mezzi di comunicazione odierni (social, siti di recensione, …) si è enormemente amplificato: ecco un altro effetto della Digital Transformation.

Come si può quindi essere sicuri di fare un buon lavoro in questo campo?

Il problema non sussiste se si ha a che fare con numeri esigui di contatti post-vendita. Ma nel momento in cui questi aumentano è importante organizzarsi affinché nessuno di questi venga perso per strada.

La Digital Transformation nella raccolta delle segnalazioni

Concentriamoci ad esempio sulla raccolta. Ogni impresa può essere organizzata in modo diverso. Sia che affronti problemi di consegna o guasti, sia che debba risolvere questioni legate ai servizi erogati, in ogni caso deve aprire un canale attraverso il quale il cliente può comunicare. Questo può avvenire tramite e-mail, telefonate, aree riservate del sito, addirittura social network… ma molto spesso il cliente chiama direttamente il suo contatto all’interno dell’azienda e con una telefonata informale espone il suo disagio.

Insomma, le possibilità sono tante, ma ciò che importa è una cosa sola: che tutte le richieste vengano poi centralizzate in un solo luogo. Ed è qui che si parla di Digital Transformation. Una soluzione informatica adatta infatti consente di inserire in un sistema unico tutte le richieste, indipendentemente dal canale da cui arrivano, e averle quindi in un sistema unico e condiviso che consenta di gestirle in modo univoco e organizzato.

Il passo successivo: l’assegnazione

La questione “chi fa cosa” è uno degli stalli che più rischiano di rallentare un qualsiasi processo aziendale. E anche quando è ben definito, spesso la persona scelta non riceve l’incarico in tempo. Quando si parla di post-vendita, la posta in gioco è, come abbiamo detto, la reputazione dell’azienda stessa e va da sé quanto sia importante non perdersi neanche una segnalazione.

Se ci si affida a una soluzione digitale, l’assegnazione avviene in modo automatico. Una volta stabiliti i ruoli all’interno dell’azienda, ogni ticket viene automaticamente assegnato a chi se ne dovrà occupare tramite un sistema di notifiche.

Ma se per un caso specifico la persona più adatta a risolvere il problema non è quella assegnataria? O se è il cliente stesso a richiedere una persona specifica? O al contrario, l’organizzazione aziendale non prevede un’assegnazione prestabilita di quel ruolo? La Digital Transformation non deve irrigidire i processi, ma al contrario renderli più fluidi e semplici. L’assegnazione quindi dovrebbe avvenire in modo automatico, ma devo consentire anche l’intervento manuale in caso di eccezioni alle regole.

Clienti impazienti? Risposte immediate!

Tutti, da clienti, abbiamo sperimentato la frustrazione di non sapere niente del nostro prodotto che ancora non è arrivato o del nostro servizio non erogato. Tutti in questi casi abbiamo cercato di comunicare con l’azienda e in cambio abbiamo ricevuto informazioni vaghe e imprecise, che ci hanno lasciato la sensazione che la nostra richiesta si fosse persa nei meandri di qualche schedario tentacolare.

Da fornitori invece sappiamo bene che spesso la richiesta non è stata persa, ma semplicemente non si è in grado di dare una risposta perché non si sa a che punto è lo stato della sua evasione!

Eppure basterebbe così poco per dare risposte tranquillizzanti al cliente. Una gestione digitale della situazione consentirebbe di avere sempre chiara la situazione, così da poter rassicurare il cliente e farlo sentire veramente al centro.

Questo genere di informazioni serve anche all’azienda stessa, che potrebbe in questo modo essere in grado di effettuare analisi e statistiche sul tasso di evasione e sui tempi necessari per chiudere ogni segnalazione e migliorare le eventuali criticità.

Far tesoro della propria esperienza, ovvero sfruttare il know-how aziendale

Ma c’è un modo in cui la Digital Transformation può agire direttamente sulla velocità di risposta al cliente?

In effetti c’è e parte da una semplice considerazione pratica: i problemi dei clienti non sono quasi mai completamente diversi gli uni dagli altri. D’altra parte come potrebbero esserlo, visto che i prodotti e i servizi venduti sono gli stessi? Ovvio, ogni cliente ha la sua situazione peculiare che va trattata di conseguenza, ma sarebbe molto più comodo non partire ogni volta da zero nella risoluzione di un problema.

La possibilità quindi di accedere a un archivio digitale facile da consultare, ordinato e ricco di informazioni, consentirebbe a chi deve risolvere un problema di risparmiare del tempo. Potrebbe infatti attingere al suo lavoro precedente, o a quello di qualche collega, partendo dai punti di contatto con il caso che sta seguendo. In questo modo riuscirebbe a non cominciare da zero e potrebbe accelerare notevolmente i tempi di risposta.

Soluzioni di Digital Transformation

Tutto questo è possibile se le informazioni e i dati venissero condivisi nell’impresa e le soluzioni tecnologiche scelte fossero davvero in grado di automatizzare i processi di cui abbiamo parlato.

Se vuoi puoi dare un’occhiata alla nostra proposta per la gestione dei ticket e del post-vendita.

Da Impresa 4.0 a Transizione 4.0: innovazione e sostenibilità

Transizione 4.0: ecco la nuova politica industriale per il rilancio economico del Paese.

In effetti, non è passato molto da quando Stefano Patuanelli, Ministro dello Sviluppo Economico, a fine anno aveva presentato le linee guida per la rivisitazione degli strumenti e degli incentivi a supporto della trasformazione digitale delle imprese per il 2020.

L’emergenza sanitaria da Covid-19, però, ha cambiato le carte in tavola ed è stato necessario un rafforzamento.

Quali sono gli obiettivi? Maggior attenzione all’innovazione, agli investimenti green e per le attività di design e ideazione estetica per valorizzare il Made in Italy.

E non solo: i dati del precedente Piano hanno evidenziato che erano ancora poche le imprese che entravano nel mondo dell’innovazione 4.0 e che intendevano avvalersi delle agevolazioni per la digitalizzazione. Quindi, con l’attuale decreto, vi è l’ambizione di raggiungere una più ampia platea di aziende, mobilitando 7 miliardi di euro.

Ma entriamo più nel dettaglio, analizzando le novità e il futuro del cosiddetto “Industria 4.0”, poi diventato “Impresa 4.0” e ora Transizione 4.0.

Piano Transizione 4.0: le azioni principali

Partiamo con il dire che lo strumento per stimolare gli investimenti non sarà più il superammortamento e/o l’iperammortamento, ma il credito d’imposta.

Si mira, quindi, ad aumentare di oltre il 40% la platea delle aziende che possono accedere alla misura, resa disponibile nella forma di crediti di imposta con differenti aliquote, e non incentivi come il precedente Piano Industria 4.0.

Nello specifico le azioni previste dalla Legge di Bilancio 2020 per il Piano Transizione 4.0 sono:

  • Credito d’imposta per investimenti in beni strumentali: volto a supportare e incentivare le imprese che investono in beni strumentali nuovi, materiali e immateriali, funzionali alla trasformazione tecnologica e digitale dei processi produttivi destinati a strutture produttive ubicate nel territorio dello Stato.
  • Credito d’imposta ricerca, sviluppo, innovazione e design: per stimolare la spesa privata in Ricerca, Sviluppo e Innovazione tecnologica e favorire i processi di transizione digitale e nell’ambito dell’economia circolare e della sostenibilità ambientale.
  • Credito d’imposta formazione 4.0: per stimolare gli investimenti delle imprese nella formazione del personale sulle materie aventi ad oggetto le tecnologie rilevanti per la trasformazione tecnologica e digitale delle imprese.

Inoltre, il decreto, oltre a consentire alle imprese di condurre gli investimenti in corso e di programmare quelli successivi con maggiori certezze sul piano operativo e interpretativo, definisce le modalità attuative del nuovo credito d’imposta che viene esteso a tutte le spese sostenute nel periodo successivo al 31 dicembre 2019.

Gli obiettivi del Piano Transizione 4.0

Come ogni decreto che si rispetti sono stati individuati degli obiettivi, che in questo caso, vanno sempre più verso l’innovazione digitale 4.0 e la transizione ecologica e sostenibile. Quest’ultima infatti, risulterà essere un elemento rilevante per la maggiorazione dell’aliquota del credito di imposta.

Cosa significa?

In pratica verranno applicate aliquote maggiorate per gli investimenti che avranno un impatto positivo anche sulla sostenibilità ambientale. Benefici per l’ambiente, ma anche per le imprese che avranno la possibilità di investire in tecnologie ecosostenibili.

Tuttavia, non ci si può limitare solamente a stanziare risorse. La crescita tecnologica è un processo che va supportato anche con il sostegno in termini di formazione e informazione.

Per questo motivo il decreto prevede incentivi e obiettivi anche sotto questo fronte, di modo da potenziare la connessione tra il mondo produttivo e quello della ricerca.

In questa immagine vengono elencati gli obiettivi del Piano Transizione 4.0:

obettivi piano transizione 4.0

Obiettivi Piano Transizione 4.0 – Fonte: https://www.mise.gov.it/index.php/it/transizione40

Qualche numero

Ora entriamo più nel dettaglio con qualche numero sugli incentivi fiscali previsti.

Credito d’imposta per investimenti in beni strumentali

Per gli investimenti in beni strumentali materiali tecnologicamente avanzati è riconosciuto un credito d’imposta nella misura del:

  • 40% del costo per la quota di investimenti fino a 2,5 milioni di euro
  • 20% del costo per la quota di investimenti oltre i 2,5 milioni di euro e fino al limite di costi complessivamente ammissibili pari a 10 milioni di euro.

Per gli investimenti in beni strumentali immateriali funzionali ai processi di trasformazione 4.0 è riconosciuto un credito d’imposta nella misura del:

  • 15% del costo nel limite massimo dei costi ammissibili pari a 700.000. Si considerano agevolabili anche le spese per servizi sostenute mediante soluzioni di cloud computing per la quota imputabile per competenza.

Per investimenti in altri beni strumentali materiali è riconosciuto un credito d’imposta nella misura del:

  •  6% nel limite massimo dei costi ammissibili pari a 2 milioni di euro.

Credito d’imposta ricerca, sviluppo, innovazione e design

Attività di ricerca fondamentale, ricerca industriale e sviluppo sperimentale in campo scientifico e tecnologico:

  • il credito d’imposta è riconosciuto in misura pari al 12% delle spese agevolabili nel limite massimo di 3 milioni di euro.

Attività di innovazione tecnologica finalizzate alla realizzazione di prodotti o processi di produzione nuovi o sostanzialmente migliorati:

  • il credito d’imposta è riconosciuto in misura pari al 6% delle spese agevolabili nel limite massimo di 1,5 milioni di euro
  • il credito d’imposta è riconosciuto in misura pari al 10% delle spese agevolabili nel limite massimo di 1,5 milioni di euro in caso di attività di innovazione tecnologica finalizzate al raggiungimento di un obiettivo di transizione ecologica o di innovazione digitale 4.0.

Attività di design e ideazione estetica per la concezione e realizzazione dei nuovi prodotti e campionari nei settori tessile e della moda, calzaturiero, dell’occhialeria, orafo, del mobile e dell’arredo e della ceramica, e altri individuati con successivo decreto ministeriale:

  • il credito d’imposta è riconosciuto in misura pari al 6% delle spese agevolabili nel limite massimo di 1,5 milioni di euro.

Credito d’imposta formazione 4.0

Il credito d’imposta in percentuale delle spese relative al personale dipendente impegnato nelle attività di formazione ammissibili, limitatamente al costo aziendale riferito alle ore o alle giornate di formazione. In particolare, è riconosciuto in misura del:

  • 50% delle spese ammissibili e nel limite massimo annuale di €. 300.000 per le piccole imprese
  • 40% delle spese ammissibili nel limite massimo annuale di €. 250.000 per le medie imprese
  •  30% delle spese ammissibili nel limite massimo annuale di €. 250.000 le grandi imprese.

 

Quindi, ci saranno novità sia per quanto riguarda le aliquote (che sono quasi raddoppiate) sia per quanto riguarda i settori coinvolti, tipici del segmento manifatturiero, molto diffuso nel nostro Paese.

Con queste nuove proposte le condizioni sono favorevoli e si spera che siano di incoraggiamento per tutte quelle aziende che finora erano rimaste un po’ escluse.

I vantaggi di queste novità

Queste novità portano con sé una serie di benefici che possiamo sintetizzare con un estratto della lettera a “Il Sole 24 Ore” del Ministro Patuanelli:

“Anzitutto, abbiamo dato alle misure una maggiore stabilità programmando la revisione in ottica pluriennale, così da garantire alle imprese un respiro di medio lungo periodo. Poi siamo passati agli strumenti di accesso, individuando il credito d’imposta come principale canale.

Inoltre, il ricorso al credito d’imposta compensabile in 5 anni comporta una riduzione del tempo di rientro dell’incentivo (soprattutto per i beni materiali, se si considera un periodo medio di ammortamento di 8 anni) e un’anticipazione del momento di fruizione già da gennaio dell’anno successivo. Mentre oggi bisogna aspettare la dichiarazione fiscale dell’anno seguente a quello dell’investimento: un recupero di tempo pari a circa 7 mesi. “

Noi di Axioma offriamo consulenza e software per progetti di integrazione, supporto e formazione in ambito di Industria 4.0 e sappiamo bene che scegliere di innovare processi e sistemi comporta sempre costi e impegni elevati.

Pertanto, per le imprese diventa cruciale poter contare sul sostegno pubblico per affrontare tali investimenti. Senza dubbio, questi elementi forniranno più certezze e garanzie a chi farà investimenti e renderà più semplice e accessibile la strada verso la ripartenza e l’innovazione.